LA REPUBBLICA del 24 luglio 2012
Barak Obama – che un nome se lo è conquistato, eccome – non ha voluto pronunciare il nome del miserabile assassino di Denver. La condanna all’anonimato come punizione massima per chi è disposto a qualunque nefandezza pur di uscirne. Giusto. Così giusto che fa riflettere, per esteso, sull’equivoco esiziale che guasta i sogni della società massificata: la totale confusione tra fama e valore. Si ritiene che se non si è famosi non si esiste, non si vale, ma è un falso spaventoso, è il padre di tutti i falsi. Ci sono evidenti casi di famosi farabutti e di famosi imbecilli; e di persone il cui valore, anche grande, è conosciuto da pochi, e tra quei pochi loro stessi. Ho sentito Benigni, in Santa Croce a Firenze, a commento del canto Undicesimo, dire che il lavoro umano prosegue il lavoro di Dio. Ho pensato al “lavoro ben fatto” di Primo Levi, ai tanti (e sempre più rari) esempi di persone felici del loro fabbricare, creare, mettere ordine, disporre in giustezza le cose. Il loro valore è inestimabile, e non importa quanti lo sanno (lo sa Dio, direbbe il poeta). Se si riuscisse a fare capire questo – che il valore è più della fama – ai miliardi di anonimi e ai milioni di frustrati, ci sarebbe qualche pazzo infelice di meno, e qualche traccia in più della potenza umana.
LA REPUBBLICA del 14 giugno 2012
È in atto un “attacco militare” per la “liquidazione dei centri di resistenza all’omologazione”, allo scopo di “normalizzare dall’alto l’Italia”. Chi lo scrive? Anarchici? Circoli neopunk? Okkupanti? Cesare Battisti intervistato da Toni Negri sulla spiaggia di Rio (o viceversa)? Macché. Questa prosa insurrezionale appartiene — incredibile ma vero — al plurigovernatore di Lombardia Roberto Formigoni. Uno che è passato dalla Prima Comunione al potere senza neanche fare un salto a casa per salutare la famiglia. Uno che è riuscito a mettere insieme, pezzo dopo pezzo, potere politico, potere economico, potere curiale, tanto da fare credere ai suoi milioni di parrocchiani, e probabilmente credere egli stesso, di aver gestito la regione più ricca d’Europa, per decenni, in seguito a qualche remota investitura spirituale. Uno consustanziale a Ligresti, al San Raffaele, all’Expo prima spacciato per “agricolo” (ah ah ah!) e poi coltivato a calcestruzzo. E uno così ha il coraggio di definire il proprio potere “centro di resistenza all’omologazione”??!! Ma non erano molto meglio, dico, i Gava, i Lima, gli Andreotti, i democristi di potere e di appalto, padroni e padrini delle città, nessuno dei quali si è mai sognato di sentirsi “resistente” ad alcunché? Tutta gente omologatissima, pace all’anima loro, che almeno non ci prendeva per i fondelli?
LA REPUBBLICA del 5 luglio 2012
La deragliante tirata polemica del presidente del Napoli Calcio, De Laurentiis, contro i giornalisti sportivi, avrebbe potuto riscuotere — nonostante i modi — anche parecchi consensi: perché il capo d’accusa di De Laurentiis è che la stampa sportiva si interessa solo di contratti, compensi, trame economiche. Ossessionata dai soldi come la nostra società nel suo complesso. E dunque, mentre De Laurentiis sbraitava, uno si aspettava che, da un momento all’altro, indicasse ai giornalisti, a mo’ di sprone, le tante belle cose che lo sport sa raccontare. Il lato umano. L’epopea. Il romanzo. Ma ecco che — colpo di scena — De Laurentiis, allontanandosi furente, si volta di scatto e sibila, come drammatico finale della sua scena madre, questa memorabile frase: “Fate lievitare i costi! ”. Ma come? Noi si sperava che la sua ribellione contro la dittatura del denaro, pur non essendo egli un comunista, né un comboniano, e nemmeno un fautore del cinema d’essai, povero ma bello, potesse sfociare in un sublime monito morale, di quelle frasi da far leggere ai giovani. E invece: era incazzato perché calciatori e procuratori, leggendo certe cifre sul “Corriere dello sport”, alzano le pretese. Insomma, aveva in testa i quattrini: manco fosse un giornalista sportivo…
LA REPUBBLICA del 13 giugno 2012
La demagogia è sempre detestabile. Ma diventa un rischio inevitabile in un Paese che sembra ormai strutturalmente propenso a punire i deboli sempre e ovunque, come se un neo-classismo strisciante (e non si capisce quanto cosciente) ne pilotasse le scelte. Per esempio: non ho le cognizioni tecnico-amministrative per sapere se siano davvero così “inevitabili” i tagli alle linee regionali (cioè ai treni dei pendolari) minacciati dall’amministratore delegato di Trenitalia, Moretti, che batte cassa con lo Stato inadempiente e lamenta l’antieconomicità del servizio. Ma basta viaggiare spesso in questo Paese per sapere che la forbice tra “i treni dei signori” (Guccini) e quelli della gente comune si è, negli ultimi anni, spaventosamente allargata. Nonostante ripetuti tagli dei cosiddetti “rami secchi” (come se la grande maggioranza degli italiani vivesse a Milano o a Roma e non nei centri medi e piccoli), il servizio è costantemente peggiorato, e la luccicante e sontuosa vetrina Tav non fa che rendere sempre più precari e ansimanti, per contrasto, gli altri convogli. Impossibile che Moretti non lo sappia, a meno che non abbia mai viaggiato sui suoi treni. Sbalorditivo che non colga, se non altro per diplomazia, quanto scontatamente ideologico sia tagliare sempre in basso.
LA REPUBBLICA del 10 luglio 2012
Rinnegando Miss Padania, il neosegretario Maroni cerca disperatamente di tracciare i connotati di una Lega rincivilita, un po´ meno "popolana", un po´ meno incolta. E´ un´impresa titanica. La rivendicazione (in chiave anti-borghese) della mangiata grassa, della pacca sul culo, della poppa tracimante, sono uno degli ingredienti fondanti della Lega. Nell´epopea leghista c´è una componente quasi rabelaisiana (se i leghisti non si offendono: Rabelais è pur sempre uno scrittore), carnivora, vinosa, con cacciagione meglio se di frodo (minacciarono, i leghisti del Trentino, di mangiare un orso venuto da fuori), le donne ai fornelli, gli uomini a tavola, e a ramengo il politicamente corretto che è roba poco virile. Morta la secessione, morente il federalismo, perduto il governo, che cosa resta ai leghisti se gli levano pure la saga barbarica, il grasso che cola, le selezioni locali di Miss Padania con i giurati che valutano le figliuole con lo sguardo vinoso, e usando lo stesso calibro temperato negli anni per valutare magnifiche mucche frisone, olandesi e limousine? Guardi Maroni, il femminismo è una roba per noi fichetti di sinistra, lasci stare, non traumatizzi così la sua gente.
LA REPUBBLICA del 2 giugno 2012
È in corso una polemica personale e procedurale, dentro il Pd, a proposito del doppio incarico del nuovo sindaco di Civitavecchia, che è anche deputato. Costui ha definito “carogne” i suoi compagni di partito che (in maggioranza) gli chiedono di dimettersi immediatamente dalla Camera. Ma la sola carogna delle quale si sente l’odore è l’intelligenza della politica, che dev’essere in avanzato stato di decomposizione se esiste ancora qualcuno, là dentro, così ottuso da non capire che ogni gesto meno che limpido, in questo momento, equivale a un suicidio. La domanda è semplice: come è possibile che la stessa persona faccia in modo decente due lavori difficili come il deputato della Repubblica e il sindaco di una città? La risposta è altrettanto semplice: non è possibile, a meno che uno dei due lavori sia interpretato come una carica onorifica. Una prebenda. Un premio alla carriera. È accaduto, in passato, infinite volte. Non si contano i casi di doppi incarichi. Ora, finalmente, è stato deciso (anche dentro i partiti) che non è più il caso, non solo per ragioni di leggi e regole, ma per ragioni di rispettabilità della politica. Che essendo una cosa seria, va fatta seriamente, e a tempo pieno. Non è incredibile che se ne debba ancora discutere?
LA REPUBBLICA del 8 giugno 2012
È già stato scritto (con particolare efficacia da Curzio Maltese, ieri su questo giornale) che molti gesti di questa classe politica paiono ispirati da una vocazione invincibile all´autodistruzione. Vedi la ottusa lottizzazione (Pd, Pdl, Udc) dell´Agcom e il salvataggio puramente castale di un personaggio insalvabile come il senatore Di Gregorio: atti ovviamente destinati a ingrossare l´esercito dei non votanti, o dei votanti per chiunque si distingua, a qualunque titolo, dalla congregazione politicante. Se ne scrive, in genere, con rammarico, di questo prolungato tentativo di suicidio. Ma in giornate come quella di ieri, anche il rammarico rischia di cedere il passo a una più rassegnata e forse serena presa d´atto. E perfino quelli come me, che nel ruolo dei partiti hanno sempre creduto, che disprezzano il mugugno sordo e meschino del "sono tutti uguali", che hanno decisamente paura di una eventuale Italia post-partitica, si domandano fino a quando, e soprattutto perché, ci toccherà, nel nome della politica, difendere chi della politica ha fatto carne di porco. Se è servire la Repubblica e la Costituzione, ciò che davvero conta, perché mai una legislatura che prima produce e poi difende i Di Gregorio deve farci meno paura di un domani incerto?
LA REPUBBLICA del 19 luglio 2012
Non invidio i giudici che devono indagare per “estorsione” Marcello Dell’Utri. Si tratta di fare chiarezza sulla caterva di milioni che il senatore (!!) ha ricevuto da Berlusconi. È come setacciare il Mississippi. Tra amiconi, fornitori, ragazzuole, informatori, praticoni, bisognosi e bisognose a vario titolo, i beneficiati di Berlusconi si contano a decine, e lo sfarfallio di banconote, da quelle parti, è grandioso e incessante. Lui ama vantarsene, e considera la voracità della sua corte la migliore testimonianza della sua munificenza. Perfino i suoi elettori indigenti (a conferma del fatto che la passione politica brucia il cervello) sono entusiasti di quello scialo, anche se non guadagnano in una vita (lavorando) quello che un Lavitola ha ricevuto come mancia. Tornando ai giudici, cercare di cogliere ragioni e scopi di quel pazzesco andirivieni di quattrini è praticamente impossibile. Noi cittadini ci si accontenterebbe di sapere se almeno qualcuno dei miracolati ha emesso fattura o ricevuta, tanto per dare una parvenza di liceità alla prospera industria dello scrocco fiorita attorno alle mura di Arcore. Legalizzare la prostituzione ormai è una battaglia bipartisan.
LA REPUBBLICA del 22 giugno 2012
A i meno giovani la vicenda di Pomigliano (con la Fiat costretta da una sentenza a non discriminare gli iscritti alla Fiom, il sindacato più combattivo) ricorda tempi duri e remoti. Quando in fabbrica gli operai comunisti erano destinati a una sorta di confino produttivo, e presentarsi al lavoro con l’Unità in tasca rendeva la vita davvero difficile. Ma era decisamente un’altra epoca: c’era l’Unione Sovietica, il Pci, Valletta, la Celere di Scelba, l’Italia era territorio di confine tra due imperi contrapposti, le tensioni politiche e sindacali erano il prodotto di un braccio di ferro ideologico, storico e geografico che a entrambe le parti pareva ferale. Non si capisce, nel 2012, come abbia fatto la Fiat di Marchionne, che ha già problemi non da poco da affrontare, a ficcarsi nello sgradevole budello dal quale ora deve sortire (malamente) su ordine della magistratura. Quando, pochi anni fa, il manager canadese arrivò a Torino, ogni sua mossa, parola, atteggiamento, a partire dal famoso maglione, parevano nuove, sinonimo di modernità, di una mentalità diversa. La vicenda di Pomigliano fa retrocedere la Fiat (non solo la sua immagine, anche la sua politica, anche la sua sostanza imprenditoriale) agli anni Cinquanta. Ne valeva la pena?
LA REPUBBLICA del 29 giugno 2012
Se davvero – come scrive l’Espresso in edicola basandosi su un’inchiesta della magistratura – il “mariuolo” Mario Chiesa fosse diventato “referente della Lega Nord negli ospedali lombardi”, Tangentopoli potrebbe finalmente passare agli archivi come la beffa suprema ai danni di quegli italiani onesti che si illusero – ai tempi – di poter vivere in un paese a loro misura. E alla caduta di Craxi, e dei suoi “mariuoli”, manifestarono, accesero fiaccole, esultarono come per una seconda Liberazione. Pensate se, vent’anni fa, qualcuno avesse detto loro che Mario Chiesa, allora simbolo assoluto del malaffare politico, passata la buriana non solo sarebbe risorto politicamente, ma lo avrebbe fatto come “referente” d’affari della Lega, che allora era il partito della forca, del repulisti, delle zero garanzie per gli imputati. La Lega e i suoi giornalisti di riferimento usarono le parole, ai tempi, come le querce in Alabama, per appenderci la gente senza processo. Ora chiedono – per se stessi e per i loro amici – molte più garanzie di quante erano disposti a concedere agli imputati di vent’anni fa. Vedi come è diversa, la giustizia, vista sotto la quercia o sopra.