LA REPUBBLICA del 17 giugno 2012
Il calcio italiano non merita un “premier” come Cesare Prandelli. Che di fronte all’insopportabile e onnipresente cicaleccio sul “biscotto” (per i non addetti: pareggio concordato) tra spagnoli e croati, semplicemente rifiuta di considerare l’ipotesi, parendogli che il pensare male faccia male, e basta. Una sorta di onestà obbligatoria, sicuramente a rischio di ingenuità, ma esemplare in un uomo di sport. Prandelli non può dirlo, ma certamente pensa che il nostro calcio, in questo momento, è l’ultimo al mondo che può permettersi il lusso di fare la morale agli altri. È il calcio più inquisito del mondo, segnato da scandali infiniti nel senso che sono tanti ma anche nel senso che non finiscono mai. È un calcio che non sopporta neanche le proprie regole (vedi l’assurda polemica sulla “terza stella” della Juve). È un calcio in larga parte succube delle sue curve malavitose (vedi la disgustosa cerimonia della “consegna delle maglie” dei giocatori del Genoa ai capi tribù ultras). È un calcio che da quattro giorni non riesce a parlare d’altro che di un fantomatico “biscotto” ai propri danni: perché è tipico degli immorali essere anche vittimisti: la colpa è sempre di qualcun altro.
LA REPUBBLICA del 28 giugno 2012
Se tutti “seguono”, chi dirige? Se lo chiede Thomas Friedman sul New York Times e su questo giornale (ieri), in un eccellente editoriale, “Il potere dei followers”, nel quale ragiona sulla coincidenza, non casuale, tra trionfo dei nuovi media e crisi delle leadership mondiali. Classi dirigenti risucchiate dall’ossessione di “piacere alla gente”, e condannate a saperlo in tempo reale, non sono più in grado di concentrarsi sul diritto-dovere di fare scelte e fare programmi (cioè di fare il proprio mestiere di classe dirigente) senza farsi schiacciare da quel costante aggiornamento sulle opinioni e le emozioni di massa che sono Twitter, Facebook e i media sociali in genere. È come se ogni gesto, ogni parola fosse continuamente sotto il ricatto di un fischio o di un applauso. A quanto scrive Friedman va aggiunto che i media sociali sono al tempo stesso causa ed effetto di un nuovo tipo di democrazia diretta che si considera tanto più efficiente e virtuosa quanti più “followers” e “mi piace” riesce a rastrellare, ovvero quanto più “uguale a me” risulta essere il mondo. Ma, forse per un vecchio equivoco, credo che la forza della democrazia non è permettermi di votare per chi è uguale a me, ma per chi è migliore di me.
LA REPUBBLICA del 17 luglio 2012
Risuonano ripetuti “allarme crescita”. Rimandano all’obbligo, decisamente ansiogeno, di ricominciare a correre, incrementare numeri, migliorare il rendimento. Come il tamburo nelle triremi romane, l’“allarme crescita” esorta ad accelerare il ritmo della voga: ma a parte i rematori scoppiati, c’è un sacco di gente che non ha più nemmeno un remo da impugnare, neanche per darsi un contegno. I disoccupati, i pensionati, gli esodati, gli imprenditori espulsi dalla corsa, i ragazzi in coda in attesa di un imbarco che non verrà mai. Capita così che l’allarme crescita finisca per sembrare più irritante che invogliante. È un “dover essere” che assomiglia sempre meno alla ricerca di un decente equilibrio tra vita e lavoro, soldi e libertà, consumi e necessità. Se c’è un momento per pensare a un’alternativa, per inventarsi una via di fuga, è esattamente questo. Si ignora se davvero esistano una o più rivoluzioni “fai da te”, lavori nuovi, romitaggi, farsi monaca, vivere di pane e ceci, aprire un bar in Alaska, diventare ricchi brevettando le bolle di sapone quadrate, non so. Certo quando risuona, lugubre e trafelato, l’“allarme crescita”, si avverte con certezza assoluta che non è più questo il ritmo che ci salverà.
LA REPUBBLICA del 1 maggio 2012
Il breve rosario di belinate sulla mafia scappate di bocca a Beppe Grillo nella sua predica palermitana ha una spiegazione tecnica quasi ovvia, ma stranamente rimossa dal discorso pubblico su Grillo e il grillismo: Grillo è un comico, ragiona e parla come un comico. E il linguaggio comico lavora sulla sintesi.
Procede per battute e brutali semplificazioni che possono anche essere fulminanti, ma solo in quel contesto. Se un intellettuale o un politico osasse liquidare un argomento tremendo come la mafia con quattro battute, verrebbe considerato un cialtrone.
La semplificazione comica è bene accetta, e liberatoria, perché ci solleva dalla complicazione della vita. Il successo di Grillo dipende (anche) dall’avere trasposto il suo carisma di semplificatore in mezzo alla polis, e di averlo fatto in un momento in cui la vita pubblica ed economica è così complicata da essere angosciante. Ma ci sono istanti rivelatori (il discorso di Palermo è uno di questi) in cui il gioco della semplificazione crea un cortocircuito, e anche il re dei semplificatori all’improvviso è nudo. Semplicemente, così come un politico che fa lo spiritoso in genere è deprimente, un comico che fa politica in genere è irritante. Contro la mafia don Ciotti, che non ha mai fatto ridere nessuno, vale un milione di Grillo messi insieme.
LA REPUBBLICA del 24 aprile 2012
"I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti". Così Francesco Guccini si ribella all´appropriazione indebita di un verso della Locomotiva ("gli eroi sono tutti giovani e belli") stampato su un manifesto che inneggia a Salò. Non si potrebbe esprimere in maniera più semplice, e insieme più giusta, la differenza tra partigiani e repubblichini: contro il nazismo oppure a fianco del nazismo, questa fu la scelta. Eppure questa verità, oggi, suona quasi anticonformista, e perfino intellettualmente difficile: le carte sono state tutte rimescolate, e alcune anche truccate, dalla pervasiva, insistente, annosa campagna di revisionismo storico che ha accompagnato gli anni di Berlusconi, primo premier della storia repubblicana non antifascista. L´espediente retorico di rendere omaggio alla "voce dei vinti" ha finito per trasformare, pian piano, i lupi in agnelli, e la minoranza di ragazzi generosi e coraggiosi che, sebbene cresciuti dentro un regime stupido e razzista, presero la via dei monti, nel racconto revisionista viene spacciata per un potere soverchiante e opportunista. Domani è il 25 aprile e ogni anno che passa festeggiarlo diventa sempre più importante, sempre più giusto e, per quanto mi riguarda, sempre più emozionante.
LA REPUBBLICA del 25 maggio 2012
Confesso di essere stato colto di sorpresa dalla vastità, dalla varietà, dalla serietà delle commemorazioni per Falcone e Borsellino. Non era scontato. Abbiamo l´impressione di vivere un tempo sbrecciato, di abitare in una società destrutturata, dove la gran parte delle idee e dei sentimenti sono momentanei e volatili. Dove la bomba messa da un demente riesce a monopolizzare la scena e a levare la parola alla fatica quotidiana (compresa la fatica politica) di milioni di cittadini. Fortunatamente, non è così. Il lavoro ventennale (e oltre) di associazioni, insegnanti, sindacati, partiti, intellettuali, cittadini contro le mafie e la cultura mafiosa si è sedimentato in un´opinione pubblica (o almeno in una sua parte) che non è disposta a vivere alla giornata, senza princìpi, senza memoria, in balia del più forte. Si sono sentite (anche alla Rai, che una volta tanto ha fatto il suo mestiere di servizio pubblico) parole non banali, ricostruzioni non di comodo dei due attentati, analisi utili della vulnerabilità del nostro tessuto democratico. Che è fragile, ma non fragilissimo se vent´anni dopo le due stragi mafiose il denso groviglio di dolore, di paura ma anche di orgoglio è sembrato rivivere come allora. Non sempre le commemorazioni sono pompose e vuote. Questa è stata poco retorica, e piena di speranza.
LA REPUBBLICA del 10 maggio 2012
Santanché ha ragione, perfettamente ragione. Che cosa c´entra la destra così come Berlusconi l´ha aggregata pezzo dopo pezzo (antistatale, antifiscale, illegalitaria, la sola vera "antipolitica" fin qui vincente in Italia) con il governo Monti? La fanfaluca del "partito dei moderati" che il Pdl ha finto di accreditare, negli anni, per drenare anche il voto di qualche orfano della Dc, di qualche liberale in pensione e di qualche ex lettore di Montanelli, è miseramente crollata alla prova dei fatti: ben pochi degli elettori del Pdl ha rivotato per un partito che sostiene gli odiati professori moderati e borghesi al governo, quelli che Libero e il Giornale trattano da aguzzini, servi delle banche, pedine del complotto pluto-massonico ai danni del "popolo", che sarebbe poi il nome d´arte che la piccola borghesia berlusconiana si è data… Piuttosto si astengono, o votano Grillo, facendo implodere dall´interno il presunto "moderatismo" di una destra massicciamente populista, aggressiva e antirepubblicana. Quella che ci ha governato fino a ieri, e che da qualche parte – ha ragione Santanché – prima o poi si riprenderà la scena, non appena troverà qualcuno che sia all´altezza della sua potenza e del suo rancore.
LA REPUBBLICA del 25 aprile 2012
Lunedì tivù e giornali rigurgitavano di indignazione e di "mai più" per l´incredibile sequestro di uno stadio intero ad opera di una cosca di ultras del Genoa. Ventiquattr´ore dopo, la montagna emotiva ha partorito un ridicolo topolino: una manciata di "daspo" (divieti di entrare allo stadio) che conferma la totale resa del calcio italiano, e dello Stato, di fronte agli ultras (co-protagonisti, per altro, di tutti o quasi gli episodi di violenza politica degli ultimi anni, dalle aggressioni fasciste e omofobe ai saccheggi e agli incendi della primavera scorsa a Roma). Negli stadi italiani si può delinquere nella certezza dell´impunità, e i pavidi mercanti che gestiscono lo sport nazionale, a cominciare dai presidenti di società, sanno indignarsi giusto nei pochi minuti del dopo-partita, quando in favore di telecamere dichiarano solennemente che è una vergogna e che non si ripeterà mai più. Mentono. La loro unica urgenza è strappare qualche briciola di diritti televisivi in più per tappare i buchi di bilancio causati dagli spalti deserti, evitati come la peste dalla gente perbene che non ama sentirsi ostaggio di bande armate. Non è un paese civile quello che rinuncia a tutelare gli onesti e i mansueti e li lascia in balia di chi vive di illegalità, ricatto, violenza. Gli ultras non sono più un problema di ordine pubblico, sono un problema di democrazia.
LA REPUBBLICA del 24 maggio 2012
Cambiare nome al partito, rifondarlo, fondarne uno nuovo, assemblarne un paio di vecchi… tra i cocci della sedicente seconda Repubblica si sente dire di tutto, ma è specialmente nel pittoresco mondo dei "moderati" che la confusione appare suprema. Tra l´avvento di Montezemolo (del quale si mormora dai tempi di Nuvolari), gli appelli di Casini, le manovre di Scajola (a sua insaputa?), la scomparsa di Fini, la sola scintillante certezza, per la quale facciamo un tifo indiavolato, è la minaccia di Berlusconi di ritornare alla guida del partito. Ammesso che, in quel rottame, riesca a trovare il volante ancora avvitato, lo spettacolo sarebbe imperdibile. Invidiando a Grillo, da uomo di spettacolo, la trionfale platea, il Berlu resuscitato farebbe qualunque cosa pur di recuperare il suo pubblico: assaltare di persona Equitalia, fare della castità il punto di forza della sua leadership, perfino mostrarsi calvo e senza cerone per commuovere le madri. Mai avremmo pensato, pochi mesi dopo la fuoruscita dall´orrendo regimetto del Silvio, di desiderare la sua rentrée, per giunta per futili motivi. Eppure accade: segno che la storia ha ripreso a correre veloce perfino nella vecchia Italia.
LA REPUBBLICA del 9 maggio 2012
Il fenomeno dei giornalisti tifosi è troppo patetico perché io vi ammorbi con la mia opinione sulla controversa "terza stella" della Juventus. Mi limito a un´osservazione strettamente tecnica, temo inoppugnabile. La Juventus ha tutto il diritto di ritenersi vittima di una sentenza sbagliata e cucirsi sulle maglie la terza stella. Ma un secondo dopo, la Federazione italiana gioco calcio dovrebbe dichiararsi sciolta, perché il suo operato e quello della giustizia sportiva sono ritenuti carta straccia, e giudicati nulli, da una delle società più autorevoli e note del calcio italiano. Terze vie non ce ne sono, perfino in un Paese di ipocrisie e di pateracchi. Perché attribuirsi due scudetti revocati per frode sportiva non è solo un gesto di "orgoglio ritrovato", come pensa abbastanza puerilmente il presidente Andrea Agnelli. È, a tutti gli effetti, un gesto che sconquassa dalle fondamenta le istituzioni del calcio, le sconfessa, le rifiuta. È un durissimo chiamarsi fuori dal mondo in cui si opera e dalle sue regole. Nella vita, ovviamente, ci si può anche ribellare. Quello che non si può fare è credere che ci si possa ribellare al modico prezzo di qualche titolo di giornale, e cavarsela temperando le polemiche con un paio di interviste diplomatiche.