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LA REPUBBLICA del 4 aprile 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Più che alla disonestà vera e propria, gli scandali della Lega fanno pensare alla disperata precarietà strutturale di un partito inventato da un fanfarone di paese, finto medico, cantante fallito, che per oltre vent´anni è riuscito ad abbindolare un popolo evidentemente abbindolabile. Tutto, nella storia leghista, è improvvisato e cialtrone, a partire da quel logo fantasma, "Padania", che non ha alcuna attinenza con storia e geografia e pare sortito da un partita notturna a Risiko annaffiata da troppo alcol. Proseguendo con il ridicolo crak del credito padano, l´inverosimile carriera politica del povero Trota, il cerchio magico con le fattucchiere e le badanti, l´università dell´Insubria, gli amiconi illetterati messi alla Rai per puro sfregio, i finti ministeri a Monza, gli elmi cornuti, gli affaroni in Tanzania… È quasi prodigioso che con ingredienti così poveri la grande simulazione di Bossi abbia potuto reggere così a lungo. È come se un "Amici miei" di basso rango fosse arrivato a governare un Paese. Poi i giudici, non per colpa loro, arrivano sempre dopo. Dopo che milioni di italiani l´hanno bevuta, ci hanno creduto, si sono tappati occhi e orecchie per non sentire e non vedere. 

LA REPUBBLICA del 31 maggio 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Memorabile lo speciale di Bruno Vespa sul terremoto, l´altra sera. L´ho seguito per un paio d´ore, al tempo stesso ammirato e atterrito
dall´eccitazione quasi folle che la catastrofe aveva innescato nell´uomo e nel professionista. Parlando a mitraglia, con lo sguardo acceso, a volte mulinando una bacchetta per indicare mappe, coordinare inviati, ammonire geologi, Vespa ha in pratica gestito da solo i soccorsi. Punto alto della serata, il severo monito da lui rivolto a una terremotata affinché raggiungesse immediatamente, non si sa perché, un albergo di Reggio Emilia. La signora, costernata, non ne aveva alcuna voglia, ma le è mancato l´animo di dirlo, forse perché le dispiaceva deludere Vespa. Niente poteva sfuggirgli: discrepanze nelle carte telluriche, disponibilità di camere d´albergo nel raggio di centinaia di chilometri dall´epicentro, imprecisioni di sindaci e assessori sul numero esatto delle brande, delle cucine da campo, dei picchetti per le tende. Gli ospiti hanno potuto parlare pochissimo, anche perché dopo poche sillabe Vespa toglieva loro la parola per dire meglio di loro quanto avrebbero voluto dire. Sono rimasti per ore, muti e attoniti, seduti ai loro posti, chiedendosi anche loro perché era così urgente che almeno alcuni dei senzatetto raggiungessero immediatamente Reggio Emilia. Ma non hanno osato chiederlo. 

LA REPUBBLICA del 11 aprile 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
"Speriamo di riuscire a consegnare alle sue pronipoti un Paese almeno uguale a quello che lei ha lasciato a noi", scrive Concita De Gregorio salutando Miriam Mafai. È la fotografia di un passato potente e di un presente flebile. Non si potrebbe dire meglio il vuoto che ci lascia, andandosene, una grande generazione di italiani, quelli usciti dal fascismo e dalla guerra, quelli della rinascita e della Costituzione, quelli che ci sono stati madri e padri. Non so se la Storia li abbia per così dire favoriti – offrendogli di crescere e vivere dentro anni di ferro e di fuoco, temprati come lame – o se sia la nostra "normale" reverenza di figli a farceli vedere così forti, sereni, utili. Certo è che in questo evo sfarinato, divagante, si cerca e non si trova la materia viva che servirebbe a lasciare ai figli un Paese "almeno uguale". È vero che non si deve mai avere paura. Difatti da domani – prometto – non ne avremo. Ma oggi, leggendo di Miriam e della sua vita, è impossibile non concedersi un istante di sgomento. Come essere all´altezza di quell´energia, di quella semplicità? Da quali fonti attingere, se tutte o quasi (cultura, democrazia, socialismo, liberazione) paiono inaridite o inquinate? E se provassimo a barare, Concita? Se ai nostri figli, quando sarà il momento, noi presentassimo il bilancio di Miriam, spacciandolo per nostro? 

LA REPUBBLICA del 20 marzo 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
L´onorevole Gasparri gode fama di politico esperto. Conquistata per accumulo, perché Gasparri fa politica dall´età di circa otto anni. Ma quando parla di Rai l´esperienza gli basta appena a controllare la fuoruscita di fumo dalle orecchie, per salvare almeno le apparenze. È la sostanza che lo tradisce, e insieme a lui tradisce la disperata resistenza che il centrodestra oppone al più o meno dissimulato commissariamento che tutti gli altri partiti (perfino loro) caldeggiano come sola via d´uscita dagli orrori della lottizzazione. Le ragioni sono ovvie quanto insostenibili: durante la lunga stagione politica appena conclusa, Pdl e Lega sono riusciti a imbottire la Rai di loro uomini, quasi nessuno dei quali aveva titoli professionali per poterselo permettere (la destra ha pochi intellettuali di vaglia, e tutti accuratamente emarginati). Nello scandalo annoso della spartizione partitica, ecco lo scandalo specifico di una lottizzazione di così infimo livello da sembrare un vero e proprio boicottaggio: in quale altro Paese e in quale altra epoca, sennò, uno come Masi avrebbe potuto diventare il dominus della prima azienda culturale? Pdl e Lega sanno benissimo che, se in Rai dovesse mai prevalere il merito, per i loro uomini diventerebbe impossibile dirigere anche solo le previsioni del tempo. 

LA REPUBBLICA del 28 marzo 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
La senilità di Emilio Fede ha spessore romanzesco, tra Piero Chiara (nei momenti alti) e Fantozzi (nei tonfi). I cronisti che tentano di ricucirne la trama maneggiano ingredienti fantastici: bische, debiti di gioco, traffico di señorite in combutta con amiconi del bel mondo, imputazioni di prossenetismo, stremati giuramenti di eterno amore alla moglie come nei film di Germi. Ora – strepitoso sussulto per un ottuagenario – compaiono una valigia piena di quattrini e una misteriosa "amante cubana", che a noi piace immaginare molto matura, ma ancora in grado di accennare una rumba. La valigia sarebbe stata rifiutata da una banca svizzera, circostanza anch´essa stupefacente perché non si conoscono precedenti e le banche svizzere hanno fama di accettare valigie piene di qualunque roba, siano pure denti d´oro, scalpi umani o triglie andate a male. Ma il colpo di teatro che costringe il pubblico all´applauso lo aggiunge lui. Negando – ovviamente – l´esistenza di valigie, e anche della Svizzera, Fede denuncia "una manovra per farmi perdere la direzione del Tg4". Il pubblico trattiene il fiato. Chi vuole – dopo soli trent´anni di direzione, praticamente appena insediato – levare il Tg4 a Fede? I comunisti? I creditori? Al Qaeda? Il marito dell´amante cubana? Vogliamo la prossima puntata. Presto! 

LA REPUBBLICA del 12 aprile 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
Se "il popolo" è quello cristallizzato negli anni dal leghismo, come si fa a fidarsene, e a volerlo al potere? La grande intuizione del socialismo era che il popolo, nei secoli sfruttato e soggiogato, dovesse liberarsi prima di tutto della propria subalternità. Che fosse ignorante, e dunque dovesse studiare. Che fosse abbrutito, e dunque dovesse elevarsi. Che per sconfiggere i ricchi, i padroni, i borghesi, i preti, e chiunque altro lo tiene in soggezione, il popolo dovesse diventare migliore di loro. Il male imperdonabile che i leghisti hanno fatto a se stessi è piacersi così com’erano, gongolare per i modi rozzi, specchiarsi in un capo becero. La catastrofe del "cerchio magico" è figlia – anche – di un ambiente che pretende tutto per se stesso, ma non pretende nulla da se stesso. Un ambiente povero di cultura e di ambizioni sociali e umane, goffamente convinto che un diploma-patacca (pagato a caro prezzo, e non di tasca propria) possa fare da foglia di fico, come i titoli nobiliari fasulli a Napoli. Non si cade così rovinosamente se non si è, al tempo stesso, indifesi e presuntuosi. Indifesi come il popolo è sempre stato; presuntuosi come il popolo diventa quando demagoghi come Bossi e i suoi complici lo convincono di essere potente e invincibile. Ingannandolo a morte. 

LA REPUBBLICA del 29 marzo 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
L´atroce rogo di Bologna davanti alla sede di Equitalia non è certo il solo episodio che ci parla della solitudine e della disperazione di molti lavoratori autonomi, artigiani, piccoli imprenditori nella tempesta della crisi. Oscar Giannino ha dedicato (meritoriamente) un´intera puntata della sua trasmissione radiofonica alla catena di suicidi (per debiti) che ha scosso il Nord-Est, dando rilievo e voce all´iniziativa di un sindacalista della Cgil veneta che cerca di costruire, attorno a queste solitudini, una rete di solidarietà. A differenza di Giannino io sono statalista. Forse proprio per questo non riesco ad accettare che lo Stato non sia in grado di distinguere tra i ladri evasori e i galantuomini che non hanno liquidità per pagare le tasse. Sono proprio questi ultimi che avvertono in modo lacerante il peso del loro debito: l´evasore, delle proprie inadempienze, è orgoglioso, il cittadino onesto ne è sopraffatto, ne avverte la vergogna. Non è possibile che non esista, per chi è onesto ma non ha più fiato, per chi lavora ma non ha più margine economico, una zona di tregua, una camera di compensazione che lo aiuti a sopravvivere e a ricostruirsi una solvibilità. Un Fisco ottuso serve solo agli evasori per avere un alibi in più. 

LA REPUBBLICA del 17 marzo 2012 

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In un giornale radio della sera, ieri, i primi cinque o sei titoli erano tutti su casi di corruzione di politici, o sul loro coinvolgimento, a vario titolo, in affari poco limpidi, favori ricevuti da potenti, commistione opaca tra il loro ruolo pubblico e le loro amicizie private. Ovviamente ogni caso è un caso a sé, si va dal malaffare da milioni di euro al puro equivoco, dallo scandalo vero alla mezza diceria. Ma l´insieme faceva veramente impressione, e parlava, senza possibilità di equivoci, di una catastrofe etica che non può avere alcuna "soluzione giudiziaria", perché potrebbe avere solamente una soluzione culturale: respingere il regalo troppo costoso (e interessato) di un potenziale vincitore di appalti non è, per un sindaco, un obbligo di legge, è un´elementare misura di igiene morale, e di autotutela. Di quell´igiene, evidentemente, si è perduta la cognizione. E non è, questo, solo un problema della classe politica. L´insieme della società italiana, sortita con sollievo da Tangentopoli così come si scampa a una guerra, ha ritenuto che molte di quelle regole fossero "moralismo" (parola tra le più abusate degli ultimi vent´anni). È stata la maniera più diretta ed efficace per non pronunciare più la parola "morale". I risultati si vedono.

LA REPUBBLICA del 13 aprile 2012 

POSTED ON August 6  - POSTED IN L'Amaca
La rissa al Colosseo tra centurioni e vigili, con urla in vernacolo e largo impiego di tipi umani da Cinecittà, sembrava una scena ancora inedita di "Roma" di Fellini. Invece era vera, come probabilmente vero è il bisogno che spinge padri di famiglia non più giovani e non più aitanti a travestirsi da antichi romani per rastrellare qualche mancia tra i turisti.
Vedendo omoni travestiti da legionario, con l’elmo di latta basculante, spingersi ed evocare i rispettivi mortacci tra le pietre millenarie e i pini secolari, si intendeva che neppure una faida tra cammellieri al Cairo, o una resa dei conti tra cocaleros in Colombia, avrà mai la stessa strepitosa e direi immortale teatralità. La nostra catastrofe, e in specie quella capitolina, ha questo di bello e questo di brutto: che è irriducibile al fluire dei secoli, un evergreen della commedia umana. Tra mille anni, quando Roma e l’Italia saranno da molte generazioni sotto la dominazione cinese, guardie rosse inutilmente disciplinate tenteranno, senza successo, di liberare il Colosseo dai centurioni discendenti di questi centurioni qui, forse dai loro ologrammi. E li mortacci di ogni epoca – da quelli di Enea a quelli di Alemanno a quelli del futuro governatore cinese Wu – faranno corona al trionfo, ennesimo, di una plebe eterna e indomabile.
 

LA REPUBBLICA del 18 marzo 2012 

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Percorrendo la via Cassanese, lungo quell´angosciante dedalo di capannoni, rotonde e quartieroni para-urbani che è la Lombardia nordorientale, si rimane sbigottiti passando accanto al parco di Villa Invernizzi. Un imprevisto scorcio di bellezza laddove la bellezza è stata piallata via dalle classi dirigenti lombarde dal dopoguerra in poi, compresa la Lega che è colpevole al quadrato perché "partito territoriale" che del territorio ha fatto scempio (dunque, scempio della propria anima). Il parco di Villa Invernizzi, anche all´automobilista che passa in fretta, lascia intuire, in mezzo a quel susseguirsi di non-luoghi, una decisa disciplina estetica (che nella Lombardia agricola non era affatto privilegio dei ricchi: cascine e case coloniche avevano armonia e dignità). Il contrasto con ciò che sta intorno – decollando da Orio al Serio la fascia prealpina appare uno sterminato ammasso di cemento sparso a casaccio – è totale. Tanto che ci si chiede: ma come è possibile che sia rimasto intatto un pezzo di Italia così perfetto? Infatti, non è possibile. Leggo sui giornali che una fetta di parco sarà abbattuta per fare posto alla nuova autostrada Brebemi. La Lombardia, in fin dei conti, cerca una sua armonia: il bello, in mezzo al brutto istituzionalizzato, è una stonatura. 
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