Archive : Category

LA REPUBBLICA del 16 marzo 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
L´altra sera guardavo un programma tivù in compagnia di un amico molto più giovane di me, e molto interconnesso. Quasi ogni minuto, dunque quasi in diretta, lui leggeva (e mi leggeva) la gragnola di commenti su Twitter. Più ancora della violenza verbale, e della sommarietà dei giudizi (si sa, lo spazio è quello che è), mi ha colpito la loro assoluta drasticità: il conduttore era per alcuni un genio, per altri un coglione totale, e tra i due "insiemi", quello pro e quello contro, non esisteva un territorio intermedio. Era come se il mezzo (che mai come in questo caso è davvero il messaggio) generasse un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi. Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura, zero possibilità che dal cozzo dei "mi piace" e "non mi piace" scaturisse una variante dialettica, qualcosa che sposta il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche.
Poiché non è data cultura senza dialettica, né ragione senza fatica di capire, la speranza è che quel medium sia, specie per i ragazzi, solo un passatempo ludico, come era per le generazioni precedenti il telefono senza fili. E che sia altrove, lontano da quel cicaleccio impotente, che si impara a leggere e a scrivere. Dovessi twittare il concetto, direi: Twitter mi fa schifo. Fortuna che non twitto… 

LA REPUBBLICA del 6 aprile 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Tra le varie incredibili cose che si leggono sulla Lega, la più incredibile è che l’ultimo congresso federale di quel partito è del 2002. Dieci anni fa! Un partito che non affida le proprie sorti ai congressi, cioè al dibattito e alla verifica politica tra dirigenti e delegati, non è un partito democratico. Può anche essere un partito “di popolo”. Ma se il capo e il suo entourage esercitano il potere, per molti anni, in totale autonomia, senza doverne rendere conto a nessuno, la democrazia è solo un remoto fantasma. Nella discussione sulla riforma (urgentissima) dei partiti, non basta parlare solo del loro finanziamento. Bisogna parlare anche del loro funzionamento. La comunità nazionale non ha alcun interesse a dare quattrini a partiti che non garantiscano democrazia interna e (dunque) trasparenza. La scadenza dei congressi dovrebbe essere stabilita per legge, così come accade per le assemblee degli azionisti e per i Consigli di amministrazione. Dove girano soldi, specialmente soldi pubblici, devono esserci regole chiare. I porci comodi dei Bossi e dei loro amici sarebbero stati meno comodi se la Lega avesse funzionato come un partito democratico e non come una consorteria di avventurieri. 

LA REPUBBLICA del 18 aprile 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Per arrivare preparati a un futuro di sconquassi, sarà bene evitare di chiamare "antipolitica" tutto quello che non capiamo. Specialmente noi anzianotti, cresciuti dentro una società fatta di partiti e di sindacati, tendiamo a buttare in quel sacco tutto e il contrario di tutto. Ma è sbagliato. La sola vera antipolitica (non da oggi) è la non-politica. È il menefreghismo civico, la tirchieria volgare di chi alla cosa pubblica non dà nulla (neppure la fatica di informarsi) ma da lei tutto pretende. È l’evasione fiscale, il qualunquismo ignorante, la furbizia plebea opposta all’impegno popolare.
Suggerirei di non definire antipolitica, invece, ciò che ribolle fuori dai partiti, e si raggruma in rete e altrove attorno a parole d’ordine certo molto discutibili, ma totalmente politiche. Il grillismo (che non amo) è certamente politica. E, per quanto rozzamente espressi, sono materia politica anche lo sdegno contro i privilegi castali, il sordo sommovimento contro il sistema dei partiti, perfino la contestazione del sistema di riscossione fiscale incarnato da Equitalia. Alcune di queste pulsioni sono tipicamente di destra. Altre populiste di sinistra. Altre ancora del tutto nuove e tutte da interpretare. Esorcizzare il tutto definendolo "antipolitica" serve solamente a tapparsi occhi e orecchie. 

LA REPUBBLICA del 30 marzo 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Dopo i famosi diari di Hitler e di Mussolini, il senatore Dell´Utri ha acquistato all´asta anche alcuni volantini delle Brigate Rosse. Probabilmente possiede, in una teca, anche la barba di Landrù, un cannone di Bava Beccaris, la patente di Pacciani e la testa mozza del Battista, assecondando una vocazione collezionistica decisamente "noir". Per puntellare l´aspetto storico-culturale di questo suo pallino, il senatore ha poi dichiarato che quelle carte insanguinate gli serviranno per allestire "una mostra sul Sessantotto come motore del terrorismo". Ovviamente ognuno è libero di sostenere ciò che gli pare intelligente, compresa una così sciocca banalizzazione della storia del nostro Paese. L´importante è che il senatore, per dare meritato respiro alla sua mostra, allarghi la ricerca storica � a proposito di terrorismo � anche ai rapporti tra mafia e politica, tra servizi segreti e stragi, tra neofascismo e bombe, tra Gladio e il traffico d´armi e tritolo in giro per l´Italia. Il problema, temiamo, è documentale: per quanto abilissimo nello scovare carteggi, diari, epistole, Dell´Utri difficilmente riuscirà a procurarsi qualcosa da esporre. Le Brigate Rosse scrivevano le loro truci sentenze. Mafia e servizi non hanno lasciato tracce. 

LA REPUBBLICA del 10 marzo 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Fossi leghista quello che davvero mi brucerebbe, leggendo i giornali, è vedere che l´affaire Boni viene raccontato come una specie di sub-concessione all´ombra del sistema di potere formigoniano. Neanche il "lusso", l´estro, la fantasia di uno scandalo autonomo, inedito, di nuovo conio, che si confaccia a un partito nato contro tutti gli altri partiti, nel nome di una "diversità" talmente radicale da spacciarsi addirittura per anti-italiana. Macché: uno scandalo di imitazione, lo scandalo gregario di un partito gregario, con un odore muffito di vecchio potere, di partitocrazia, di lottizzazione degli appalti, dei favori, delle entrature. La Lega, di questo passo, rischia di non avere neanche il privilegio di collassare da sé sola, per ragioni in qualche modo "storiche" come la fine di ogni sogno di secessione. Collasserà all´ombra dei palazzi altrui, della rovina altrui, e così come il mondo intero, quando è finito il governo di Roma, parlò della caduta di Berlusconi, non certo di quella di Bossi, l´Italia intera, quando finirà il vecchio potere alla Regione Lombardia, parlerà della caduta di Formigoni, non certo di quella di Davide Boni. 

LA REPUBBLICA del 18 febbraio 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Il ventennale di Mani Pulite è stato celebrato meno istericamente del previsto (il clima sobrio e leggermente soporifero di questa parentesi "tecnica" serve, almeno, a mitigare i bollori politici). Ma è stato celebrato, quasi da tutti, come una sconfitta. Specie alla luce dei recenti e desolati calcoli sulla corruzione, che gode di eccellente salute. Ci si illuse, allora, che un manipolo di giudici valorosi avrebbe rimesso in riga un Paese che era, quanto a illegalità, perfettamente speculare alla sua classe dirigente. Le fiaccolate e il mito della "società civile" fecero corona a quell´appassionante colpo di reni della legge, e tutti facemmo finta che due evidenti minoranze (quei giudici, preceduti da decenni di insabbiamenti e omissioni; e la "società civile") incarnassero un´irresistibile volontà popolare. Così non è stato, e l´innamoramento di mezza Italia per Berlusconi segnò anche il bisogno irresistibile di abbandonare la plumbea severità della legge per tornare alla pacchia generalizzata e all´autoassoluzione di un Paese che di sentirsi in colpa non aveva alcuna voglia. Questi vent´anni sono dunque serviti almeno a capire che se non cambiano gli italiani, grazie a un profondo travaglio culturale e politico, nessuna legge sarà in grado, da sé sola, di cambiare alcunché. 

LA REPUBBLICA del 13 marzo 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
In Europa non si conoscono leader moderati che facciano campagna contro le unioni civili e le coppie omosessuali. Quelle campagne sono, ovunque, appannaggio dell´estrema destra, tipico argomento dei fascisti e dei cristiani oltranzisti. I moderati affrontano l´argomento con molta cautela, perché l´accusa di discriminazione su base etnica o sessuale, in Europa, suona sgradevole (se non per convinzione, per ipocrisia) anche alle maggioranze silenziose che votano centrodestra. Malgrado questo, la rozza sortita di Alfano in favore dell´unicità, di fronte alla legge, della "famiglia tradizionale", ha provocato, in Italia, solo le proteste delle associazioni omosessuali e di qualche settore dell´opposizione politica. E´ come se non esistesse un´opinione pubblica liberal-moderata, e soprattutto laica, in grado di condizionare i capi del centrodestra, di metterli in guardia da scivolate sul campo dei diritti. È come se si desse per scontato – da Berlusconi in poi – che la destra italiana è e sarà sempre quella roba lì, conformista, bigotta, omofoba, pre-europea, incapace di pretendere la propria fetta di difesa dei diritti, la propria fetta di democrazia. Per questo nessuno si è stupito del discorsetto di Alfano. Che a Cameron, per dirne solo uno, costerebbe qualche voto in meno e molti titoli di giornale in più. 

LA REPUBBLICA del 9 febbraio 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Internet è, molto spesso, il modo più nuovo per dire le cose più vecchie. Vedi l´acida polemichetta (su Twitter) a proposito di Maurizio Crozza, accusato di "copiare le battute", uno degli argomenti prediletti, nel sottobosco teatrale, dai tempi di Aristofane. Comici e autori di satira si accusano da sempre, già tra di loro, di rubare le battute. È una polemica stucchevole e soprattutto capziosa, basata assai più sul devastante narcisismo degli artisti (più o meno mancati) che sulla oggettività dell´accusa, perché una buona parte delle battute comiche è "res nullius", come i pesci del mare. Nascono da un mix inestricabile di tradizione popolare, motti di spirito orecchiati, meccanismi comici riadattati, limati, modificati, rovesciati. Ciò che fa poi la differenza è il loro uso, il contesto nel quale vengono inserite, e soprattutto la maniera di dirle, che è poi il succo dell´arte comica. Il bravo comico (per esempio Crozza) sa rendere comica, usandola nel modo giusto e al momento giusto, anche una battuta media; il cattivo comico rende loffia e inerte anche una buona battuta, per esempio scrivendola su Twitter. La comicità è rischiare la faccia davanti a un riflettore. Il resto è diceria nell´ombra, mormorio degli assenti. 

LA REPUBBLICA del 14 marzo 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
A Fausto Bertinotti non garba che Nanni Moretti ancora gli rinfacci, quasi quindici anni dopo, di avere fatto cadere il primo governo Prodi (1998). Bertinotti non può negare di avere votato contro quel governo, levandogli la maggioranza; ma fa notare, da irriducibile dialettico, che a succedere a Prodi furono i governi D´Alema e Amato, ed è quanto gli basta a respingere con sdegno l´accusa di avere favorito la destra. Non contento di avere spiegato a Moretti (e a qualche milione di elettori di centrosinistra, compreso il sottoscritto) che far cadere Prodi fu un lungimirante passo per consentire a D´Alema e Amato di afferrare saldamente le redini del Paese, Bertinotti aggiunge un dettaglio così decisivo da lasciarci senza fiato: non solo vinti, ma quasi convinti. La caduta di Prodi – spiega – ha poi permesso a lui personalmente, e a Rifondazione tutta, di «vivere l´esperienza dell´altermondialismo, da Porto Alegre a Genova». Ecco, noi avevamo sempre sottovalutato, tra le varie ricadute positive della cacciata di Prodi, la possibilità di poter finalmente vivere l´esperienza dell´altermondialismo da Porto Alegre a Genova. L´avessimo saputo per tempo, non ci saremmo rimasti così male.

LA REPUBBLICA del 15 febbraio 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
L´Arma dei carabinieri, in questo Paese, ha un prestigio e un ruolo troppo importanti perché possa cadere nel silenzio la spaventosa storia di Giuseppe Gulotta, condannato con altri tre siciliani per l´omicidio di due carabinieri ad Alcamo, nel ´76, e riconosciuto estraneo ai fatti dopo ventuno anni di carcere: quasi una vita intera. Le false accuse contro i quattro cittadini innocenti furono inventate da altri carabinieri, le confessioni estorte con la tortura, la verità occultata proprio da chi aveva il compito di scoprirla, la legge ingannata dai suoi stessi servitori, uno dei quattro incarcerati senza colpe è stato trovato morto in cella, forse "suicidato". Una storia tenebrosa, violenta, inaccettabile che fa parte a pieno titolo degli anni di piombo, di quei depistaggi, di quelle fellonie di Stato, di quelle menzogne rivolte contro il cuore stesso del Paese. Leggerne la ricostruzione (ieri su questo giornale ne scriveva Francesco Viviano) sconvolge. E al tempo stesso costringe a domandarsi se l´Arma, oggi, ha fatto chiarezza su questa sua vergognosa pagina interna, o intende farla. La liberazione (atrocemente tardiva) di un innocente non basta a chiudere una pagina così sporca. Si vorrebbe sapere perché è accaduto; per quali perversioni della legge e dell´onore dello Stato; e con quali conseguenze per chi ha escogitato ed eseguito un crimine così grave contro la libertà e la giustizia.
Torna all'inizio