LA REPUBBLICA del 1 febbraio 2012
Travolgente successo, in tutti i telegiornali, dell’ondata di freddo che riporta, in pieno inverno, l’inverno. Il gelo è telegenico. Non hanno mai fatto notizia, al contrario, il tepore malato e il clima siccitoso che negli ultimi mesi hanno disseccato il Nord, prosciugando i bacini e le falde. Ogni geologo, ogni agronomo sa benissimo che le conseguenze di una siccità da primato saranno ben più profonde e gravi rispetto a pochi giorni di sottozero. E non c’è contadino, al Nord, che non abbia salutato con sollievo l’arrivo, molto tardivo, della neve e delle perturbazioni.
Paolo Rumiz, pochi giorni fa su questo giornale, è stato tra i pochissimi a raccontare le conseguenze nefaste di questo inverno caldo e secco. Sapeva farlo magistralmente, quando era ancora tra di noi, Mario Rigoni Stern. Il clima e la natura sono diventati argomenti da scrittori. Non più da giornalisti, non più da media. Come se clima e natura fossero stati esclusi dalla nostra vita materiale, e fossero diventati o un vezzo letterario, o una suggestione spirituale. Non sappiamo più capire come è fatta la terra sopra la quale camminiamo e il cielo sotto il quale respiriamo.
LA REPUBBLICA del 6 marzo 2012
Fa male sentire che qualche tigì chiama ancora "delitto passionale" mattanze come quelle di Brescia, dove un maschio reso feroce dalla sua demenza, o reso demente dalla sua ferocia, uccide una donna che considera "sua" e non lo vuole più. E come contorno della sua orribile esecuzione ammazza altre tre persone (due delle quali ventenni) che avevano per sola colpa essere prossimi alla vittima: amico, figlia, fidanzato della figlia. Perché gratificare di "passione" questo nazismo maschile che ogni anno produce, solo qui in Italia, un vero e proprio olocausto di femmine soppresse solo perché non vogliono più appartenere (come bestie, come cose) a un padrone, e per giunta un padrone violento? "O mia o di nessuno", dice il boia di turno, ed è la perfetta sintesi di una cultura arcaica e mostruosa che – esattamente come il movente razziale – dovrebbe costituire un´aggravante, in un paese civile. Mentre l´aggettivo "passionale" rimanda, purtroppo, a una sorta di attenuante, quasi di "spiegazione": e fino a una generazione fa, qui in Italia, era di fatto un´attenuante giuridica. Levato dai codici quell´infame eufemismo che erano le "ragioni di onore", rendiamo onesto, veridico anche il linguaggio giornalistico. Passione e amore non c´entrano, c´entrano il potere, il terrore di perderlo, l´odio della libertà.
LA REPUBBLICA del 2 febbraio 2012
I dati sulla cementificazione del suolo in Italia diffusi dal Fai e dal WWF sono implacabili. Dicono, con il nudo linguaggio delle cifre, della strutturale perdita di senso, e forse di senno, di un sistema produttivo anarchico, ingordo e suicida, che ha smarrito ogni rapporto con la realtà materiale del territorio, delle acque, dell’aria. Nessun discorso politico o ideologico ha la stessa concreta evidenza di questo consumo esponenziale e canceroso della terra, che in Italia, non per caso, è più forte nelle regioni malavitose. Eppure, ancora oggi, nonostante le alluvioni, nonostante la devastazione fisica e sociale di intere zone del paese, il discorso ambientale è sospettato, tacitamente o a piena voce, di essere il lussuoso cruccio di una élite petulante, roba da vecchie contesse in pena per le loro aiuole, o vezzo per esteti che preferiscono gli uccellini alle rotatorie. Chissà quando capiremo che questa materia è più cruda, più strutturale, più decisiva per il futuro di qualunque appassionato dibattito sull’euro o sul deficit pubblico. È un discorso sul corpo stesso del mondo. Se a farlo non è più la politica, ma sono le vecchie contesse, è un problema per la politica, non certo per le vecchie contesse.
LA REPUBBLICA del 17 febbraio 2012
Nella baraonda sanremese ogni parola affoga, quella televisiva e quella della post-produzione giornalistica, che della tivù è pateticamente gregaria. Salverei, potendo, alcune delle (troppe) parole pronunciate da un uomo anziano (e non rifatto), che ha denunciato l´assurda brevità della vita, indicando come unica consolazione il Paradiso e la compagnia degli angeli. Saranno cinquant´anni, con l´eccezione di un paio di letture dantesche, che nessuno parlava di vita eterna in prima serata. Di tutto si è sempre cianciato, soprattutto di poderose stronzate, avendo competenze anche inferiori di quelle di Adriano Celentano: ma senza sollevare altrettanto scandalo. Curioso che la Chiesa – suoi uomini o sue propaggini – non abbia colto la novità. Vero è che ogni clero teme, più di Satana, chi predica senza avere la patente, violando il contratto di concessione esclusiva che le gerarchie religiose vantano con l´Eterno. E a proposito (e ovviamente senza nesso alcuno con Celentano): oggi, 17 febbraio, è l´anniversario del rogo di Giordano Bruno. Un amico di penna mi chiede di celebrarlo con le parole di Shakespeare: "Eretico è chi appicca il fuoco, non chi vi brucia dentro" (Winter´s Tale, atto II, scena III).
LA REPUBBLICA del 10 marzo 2012
Fossi leghista quello che davvero mi brucerebbe, leggendo i giornali, è vedere che l´affaire Boni viene raccontato come una specie di sub-concessione all´ombra del sistema di potere formigoniano. Neanche il "lusso", l´estro, la fantasia di uno scandalo autonomo, inedito, di nuovo conio, che si confaccia a un partito nato contro tutti gli altri partiti, nel nome di una "diversità" talmente radicale da spacciarsi addirittura per anti-italiana. Macché: uno scandalo di imitazione, lo scandalo gregario di un partito gregario, con un odore muffito di vecchio potere, di partitocrazia, di lottizzazione degli appalti, dei favori, delle entrature. La Lega, di questo passo, rischia di non avere neanche il privilegio di collassare da sé sola, per ragioni in qualche modo "storiche" come la fine di ogni sogno di secessione. Collasserà all´ombra dei palazzi altrui, della rovina altrui, e così come il mondo intero, quando è finito il governo di Roma, parlò della caduta di Berlusconi, non certo di quella di Bossi, l´Italia intera, quando finirà il vecchio potere alla Regione Lombardia, parlerà della caduta di Formigoni, non certo di quella di Davide Boni.
LA REPUBBLICA del 18 febbraio 2012
Il ventennale di Mani Pulite è stato celebrato meno istericamente del previsto (il clima sobrio e leggermente soporifero di questa parentesi "tecnica" serve, almeno, a mitigare i bollori politici). Ma è stato celebrato, quasi da tutti, come una sconfitta. Specie alla luce dei recenti e desolati calcoli sulla corruzione, che gode di eccellente salute. Ci si illuse, allora, che un manipolo di giudici valorosi avrebbe rimesso in riga un Paese che era, quanto a illegalità, perfettamente speculare alla sua classe dirigente. Le fiaccolate e il mito della "società civile" fecero corona a quell´appassionante colpo di reni della legge, e tutti facemmo finta che due evidenti minoranze (quei giudici, preceduti da decenni di insabbiamenti e omissioni; e la "società civile") incarnassero un´irresistibile volontà popolare. Così non è stato, e l´innamoramento di mezza Italia per Berlusconi segnò anche il bisogno irresistibile di abbandonare la plumbea severità della legge per tornare alla pacchia generalizzata e all´autoassoluzione di un Paese che di sentirsi in colpa non aveva alcuna voglia. Questi vent´anni sono dunque serviti almeno a capire che se non cambiano gli italiani, grazie a un profondo travaglio culturale e politico, nessuna legge sarà in grado, da sé sola, di cambiare alcunché.
LA REPUBBLICA del 13 marzo 2012
In Europa non si conoscono leader moderati che facciano campagna contro le unioni civili e le coppie omosessuali. Quelle campagne sono, ovunque, appannaggio dell´estrema destra, tipico argomento dei fascisti e dei cristiani oltranzisti. I moderati affrontano l´argomento con molta cautela, perché l´accusa di discriminazione su base etnica o sessuale, in Europa, suona sgradevole (se non per convinzione, per ipocrisia) anche alle maggioranze silenziose che votano centrodestra. Malgrado questo, la rozza sortita di Alfano in favore dell´unicità, di fronte alla legge, della "famiglia tradizionale", ha provocato, in Italia, solo le proteste delle associazioni omosessuali e di qualche settore dell´opposizione politica. E´ come se non esistesse un´opinione pubblica liberal-moderata, e soprattutto laica, in grado di condizionare i capi del centrodestra, di metterli in guardia da scivolate sul campo dei diritti. È come se si desse per scontato – da Berlusconi in poi – che la destra italiana è e sarà sempre quella roba lì, conformista, bigotta, omofoba, pre-europea, incapace di pretendere la propria fetta di difesa dei diritti, la propria fetta di democrazia. Per questo nessuno si è stupito del discorsetto di Alfano. Che a Cameron, per dirne solo uno, costerebbe qualche voto in meno e molti titoli di giornale in più.
LA REPUBBLICA del 15 dicembre 2011
Ma i deputati leghisti che sbraitano in Parlamento contro la manovra del governo, e se la passano da Paladini del Popolo, sono gli stessi deputati leghisti che fino a venti giorni fa hanno votato senza fiatare qualunque porcata, qualunque legge che tutelasse l´impunità e i profitti del loro alleato miliardario, e negli ultimi anni hanno permesso che la pressione fiscale aumentasse, gli enti locali si impoverissero, i servizi sociali diminuissero? Ma sì, certo che sono gli stessi. Imbarazzanti nel ruolo di alleati di ferro dell´uomo più ricco d´Italia, imbarazzanti nella rinnovata veste di rivoltosi a scoppio ritardato e di secessionisti rifatti. Di tutti i partiti si può dire, con qualche forzatura malevola, che hanno per scopo la propria conservazione. Ma per la Lega questa è una verità al cubo: nell´affastellarsi concitato di fasi istituzionali e fasi rivoluzionarie, poltrone da ministro italiano e megafoni secessionisti, urla contro "Berlusconi mafioso" e cenette fraterne ad Arcore, retate di camorristi e pallottole ai giudici, provincialismo bonario e odio etnico allo stato puro, il solo elemento leggibile è l´avventura di un gruppo di vecchi amici che cercano, a qualunque costo, di rimanere a vita sulle prime pagine dei giornali e conservare qualche seggio a Roma. A cosa serve la Lega? Serve alla Lega.
LA REPUBBLICA del 27 gennaio 2012
Neppure il tradizionale caos che regna a sinistra, con la perenne lite tra le sue dieci o venti componenti, può mettere in ombra l’orrendo spettacolo offerto del centrodestra.
Con una clamorosa aggravante: che a destra gli attori sono solamente due, Pdl e Lega, Berlusconi e Bossi. Ma pur potendo contare su un cast così risicato, l’ex maggioranza riesce a mettere in campo l’intera gamma delle ambiguità, delle ipocrisie, del colpo basso e del fratricidio. Bossi che sbaciucchia Berlusconi e dieci minuti dopo gli dà della "mezza cartuccia", Berlusconi che appoggia Monti mentre i suoi giornali gli danno dello strozzino, Bossi che pretende la testa di Monti servita su un vassoio e usa Formigoni come scudo umano, Maroni ridotto a muto mamozio sotto il palco di Bossi che grida le sue cosacce fuori sincrono (come Ghezzi alle tre di notte su Raitre), il sindaco di Adro – un burino mai visto, mi si perdoni l’eufemismo – che insolentisce il capo dello Stato, mezzo Pdl che sorride a Monti (la destra decente: un’apparizione imprevista!) e l’altro mezzo che medita di fargli le scarpe… Esiste ancora una destra, in Italia? Cosa pensa? In cosa crede? Che programmi ha? Dopo anni che facciamo queste domande (inutilmente) alla sinistra, possiamo concederci una breve pausa di ricreazione.
LA REPUBBLICA del 7 dicembre 2011
In genere ci si indigna quando noti criminali, usciti dal carcere, fanno pubblico mercato della propria fama, comparendo in tivù o rilasciando interviste. Poi capita che la giovane matricida e fratricida Erika, scontata la sua pena, chieda di essere lasciata sola con i suoi terapeuti nella sua comunità; e quasi tutti i telegiornali e molti giornali le dedicano lunghi servizi nei quali, con toni accorati, si dice che la ragazza chiede il silenzio, e nel frattempo la si vede nelle immagini di repertorio o in altre, più fresche, rubate da una telecamera che fruga oltre la siepe che dovrebbe proteggere lei dal nostro sguardo, e il nostro sguardo da lei. Ed ecco che la sua richiesta di silenzio viene ribaltata in nuovo rumore, come se tutti gli attori di questo dramma dell´indiscrezione fossero nell´impossibilità di variare il copione, anche volendolo. E la ragazza che fugge dai riflettori, dai riflettori viene braccata per mostrarla mentre fugge dai riflettori. Forse anche i media – come Erika – vorrebbero ritrarsi, ma non ne sono più capaci. Fanno del proprio potere un uso compulsivo, e dunque più che esercitarlo lo subiscono. Più che del loro potere, dovremmo cominciare a discutere della loro impotenza.