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LA REPUBBLICA del 7 dicembre 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Il coretto delle miss, ancora invaghite del loro vecchio impresario; il “boia chi molla” di qualche scudiero dismesso che sogna di essere richiamato alle armi; qualche applauso sul web, dove per la legge dei grandi numeri un “evviva! ” tocca anche all’ultimo dei mediocri; l’appoggio (per contratto) dell’unico giornale di destra che gli è rimasto ciecamente fedele per la sola, umiliante ragione che è suo. Per il resto, l’autocandidatura di Berlusconi, stridula e anacronistica, cade sul centrodestra italiano come un macigno. È la mano del morto che afferra i vivi, e a parte i prezzolati, gli incauti, i fanatici del personaggio, non c’è italiano di destra che non veda l’accanimento ottuso con il quale l’ex capo, ex fondatore, ex premier, ex tutto sta sfasciando la loro casa comune. A sinistra si dovrebbe gongolare, tanto evidente è il vantaggio che avrebbe Bersani se dovesse affrontare una mummia politica di tale fatta. Invece viene malinconia per l’immeritato, ultimo sbrego che questo pessimo leader, e pessimo italiano, ha voluto infliggere agli amici, agli avversari, a un paese intero e al suo già esile tentativo di meritarsi un futuro. 

LA REPUBBLICA del 3 gennaio 2013 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
La quasi totale rimozione della questione sociale è stato il tratto politico più forte, e più sconvolgente, degli ultimi anni. Soprattutto in Italia, dove questa rimozione ha indossato la maschera tragicomica del berlusconismo, poveri o semipoveri che venerano il più ricco, come se le sue promesse bugiarde fossero l’oppio indispensabile per dimenticare per sempre di essere svantaggiati, subalterni, umiliati. Anche alla luce di questo lungo inganno, mi ha fortemente colpito l’articolo di Gad Lerner ( Repubblicadi ieri) sulla povertà, meglio sull’impoverimento che oramai lambisce anche le porte di chi ci è parente o amico. Sostenere – come fa Lerner – che il compito prioritario della politica è combattere la povertà non solo non è una banalità; è, nei fatti, una rarità (giornalistica così come politica). Ma nello sgretolarsi del welfare, nella contrazione paurosa del lavoro, quale altro obiettivo può essere più importante, e al tempo stesso più innovativo, dell’organizzazione di un argine sociale alla miseria e alla solitudine? “Una nuova società più conviviale nella quale ritrovare il modo di aiutarci”, scrive Lerner. Mi sembra, con buona approssimazione, l’eccellente sintesi del programma elettorale di qualunque sinistra. 

LA REPUBBLICA del 9 ottobre 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Ogni volta che sento di giornalisti contigui ai servizi segreti capisco in quale area di privilegio – quella del freddurista/ fantasista – ho sempre potuto muovermi: neanche al più sgangherato degli spioni potrebbe venire in mente di contattare uno come me, che confonderebbe un dossier con il libretto di istruzioni della caldaia. Questo vuol dire che, per mia fortuna, conto pochissimo. Ciò detto, mi chiedo come facciano questi colleghi (parola malinconica in sé, tristissima se detta tra giornalisti) a reggere il peso del loro ruolo. Già questo mestiere è gravato da condizionamenti pesantissimi: il primo dei quali, indiscutibilmente, è la mediocrità personale di ciascuno di noi. Poi si è vincolati a un editore, e dunque soggetti a qualche ovvia limitazione, meno grave se si è scelto un editore in sintonia con le proprie idee, ma pur sempre in atto. Se poi all’editore “in chiaro” si aggiunge un editore occulto (servizi, logge, gruppi di potere), ecco che la vita del giornalista diventa un autentico inferno. Mi auguro che la cassa mutua dei giornalisti rimborsi le terapie psichiatriche per i colleghi finiti nel tunnel dei servizi. 

LA REPUBBLICA del 4 gennaio 2013 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Bravo il capitano del Milan Albertini (e chi lo ha assistito nella scelta) che ha fatto uscire la squadra dal campo di Busto Arsizio per reagire ai cori razzisti di un gruppo di tifosi. Era solo un’amichevole, ma può diventare una partita storica se l’esempio del Milan dovesse costituire un precedente, di qui in avanti. Con un corollario, però. Indispensabile. La gente di Busto Arsizio (istituzioni, società sportiva, tifosi civili) deve prendere uno per uno i razzisti di curva e denunciarli, o quantomeno spiegargli a muso duro che sono dei mascalzoni nocivi: perché è la comunità cittadina, per prima, ad avere subito un danno di immagine e anche un danno di sostanza (l’interruzione della partita). Le curve ultras vivono di un finto campanilismo che è, in realtà, puro parassitismo. Stanno alla città come la cosca sta al quartiere: ne succhiano il sangue e lo trasformano in veleno. Della città sono nemiche, ne usurpano il nome e gli spazi per il loro miserabile gioco di ruolo. Perfino il sindaco di Busto Arsizio, che ieri è sembrato parecchio confuso nel giudicare l’accaduto, è in grado di recuperare raziocinio e decenza affrontando i razzisti come vanno affrontati: chiamandoli per nome, e isolandoli. 

LA REPUBBLICA del 25 luglio 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
La legge quadro per la difesa dei suoli agricoli e contro la folle cementificazione del territorio italiano (presentata dal ministro per l’Agricoltura Catania) è così importante, così giusta, così necessaria che difficilmente riuscirà a trovare applicazione. Lo so, sono pessimista, e di fronte alle cose giuste bisognerebbe sempre fare festa. Ma è davvero troppo tempo, nel nostro Paese, che la categoria del “giusto” è trascurata e negletta, resa sinonimo di “impossibile” dal cinismo e dalla mediocrità imperanti. Mi perdonerà Carlo Petrini, tra i pochi a usare la parola “giusto” come se avesse un peso politico, e per questo trattato da utopista o da minoritario da politici spocchiosi e ciechi. Ma io non ci credo, che un ministro per giunta “tecnico”, per giunta a termine, possa avere la meglio contro l’orda famelica degli speculatori, i lobbisti del cemento, l’ignoranza crassa della maggior parte di una classe politica che di territorio, di difesa dei suoli, di agricoltura ignora tutto o quasi, salvo andare a stringere la mano ai sopravvissuti quando frane e alluvioni squassano i nostri crinali abbandonati e i nostri fondovalle depredati. Mi auguro, con tutto il cuore, di avere torto. E che una cosa giusta, solo perché è giusta, possa accadere, possa vincere. 

LA REPUBBLICA del 3 agosto 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Parafrasando un vecchio e beffardo slogan del femminismo: il centrosinistra senza Di Pietro è come un pesce senza la bicicletta. Non c’è neanche bisogno di rivangare la sciagurata elezione in Parlamento di Scilipoti, De Gregorio e Razzi, tutti in quota all’Idv prima di animare, ciascuno a modo suo, sgangherate avventure di sottopotere. Anche se la sua conduzione del partito fosse stata impeccabile, Tonino Di Pietro rimarrebbe un populista di destra, e se il suo distacco dal centrosinistra diventasse definitivo ci troveremmo semplicemente di fronte alla fine di un lungo equivoco. Meno semplice è capire che fine faranno i suoi non pochi elettori, molti dei quali profondamente convinti di essere di sinistra, anzi: molto più di sinistra di Bersani e di Vendola. Difficile che si accontentino della sinistra così com’è, piena di limiti e incertezze e soprattutto storicamente legata a un lealismo repubblicano che diffida molto dei facili bollori anti-sistema. Seguiranno Tonino nei territori incerti di un’opposizione “né di destra né di sinistra”, già ben presidiato dalle Cinque Stelle? Preferiranno, già che ci sono, Grillo? Si asterranno? Cercheranno nella destra radicale nuovi appigli contro le detestata Casta? Non è facile, per i duri e puri, trovare un partito alla loro altezza. 

LA REPUBBLICA del 12 settembre 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
“Riparare il mondo”, scriveva Alex Langer (vedi la bella pagina che Adriano Sofri gli ha dedicato su Repubblica di ieri). Oggi che il nostro modello di sviluppo appare infartuato, e si parla di crisi di sistema, le persone come Langer (e come Laura Conti, Antonio Cederna, Aurelio Peccei, fondatori dell’ambientalismo italiano) ci sembrano davvero profeti inascoltati. Se prima qualcuno poteva illudersi che per creare posti di lavoro si dovessero ferire terra, acqua e aria, e sperperare paesaggio, oggi ci accorgiamo che rovina ambientale e caduta dell’occupazione sono, in un paese come il nostro, facce della stessa medaglia. E che “riparare il mondo”, come chiedeva Langer, qui in Italia non è solo una missione culturale e politica; è anche, se non soprattutto, una gigantesca occasione di nuovo lavoro, nuova economia, nuovo e diverso sviluppo. Come tantissimi italiani non so ancora per chi votare, quando sarà il momento. Ma cercherò di votare per chi, più degli altri, si avvicina al concetto di “riparare il mondo”. Bloccando la cementificazione folle e sterile, la corsa stupida alla “crescita”, e dunque crescendo davvero. 

LA REPUBBLICA del 29 agosto 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
L’idea di un’umanità solo vegetariana (vedi le “proiezioni” riportate ieri da Enrico Franceschini su questo giornale) ha qualcosa di integralista, e tra l’altro riconduce ai nefasti tabù alimentari che quasi ogni religione adotta. E tuttavia non c’è persona sensibile e informata che non si renda conto del rovinoso dominio che l’Impero della Carne esercita sul pianeta. Quel vero e proprio ossimoro che è l’agroindustria (tabula rasa del mondo vegetale per trasformare i campi in mangimifici per gli allevamenti intensivi) sarebbe costretta ad arretrare di qualche milione di ettari se il consumo di carne si riducesse. Mangiare meno carne ridarebbe fiato alle biodiversità, ostacolerebbe la diffusione degli Ogm (che per l’agroindustria sono nati, e fuori dall’agroindustria quasi non hanno mercato), aiuterebbe l’agricoltura e i contadini a riacquistare centralità, autodeterminazione, peso economico e politico. La selvaggina (non si adombrino gli anti-caccia) è infinitamente più salubre e più “etica” della carne da allevamento intensivo. Piccola bibliografia: “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan e “Se niente importa” di J. S. Foer. 

LA REPUBBLICA del 14 settembre 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Breve sunto dei pensieri e dei dubbi di un probabile elettore alle probabili primarie del centrosinistra. Bersani è una persona seria, competente e anche simpatica, ma è troppo legato alla cultura produttivista del Novecento e all’ossessione della crescita. Renzi è tosto e ha ragione da vendere quando accusa il paese (e il Pd) di essere castali e gerontocratici, ma ancora non ho capito che idea di società ha in testa, ammesso ne abbia una. Vendola ogni volta che parla mi fa capire che senso ha essere di sinistra, ma vederlo in fotografia con Diliberto e Ferrero mi fa dubitare delle sue capacità di stare in un governo senza sfasciarlo. Tabacci è bravo e intelligente, quando lo vedo da Gad Lerner sono tanto contento, ma con il centrosinistra che accidenti c’entra? Laura Puppato (vedi intervista a Concita De Gregorio, Repubblica di ieri) è l’unica donna e il suo programma è di gran lunga la cosa più intelligente, bella e consolante fin qui udita, ma fino a ieri l’altro non sapevo chi fosse e un dalemiano chiederebbe: quante divisioni ha Laura Puppato? Classifica (del tutto personale, nonché aggiornabile): prima Puppato, secondi ex aequo Bersani e Vendola, quarto Renzi, fuori concorso Tabacci. 

LA REPUBBLICA del 30 agosto 2012 

PUBBLICATO IL  agosto 6 -  L'Amaca
Per i minatori del Sulcis è un (meritato) trionfo mediatico, anche a prescindere dal piccolo dramma in diretta, la lama sul polso, le urla, il trambusto. Quasi impossibile trovare un giornale che non ne parli bene, compresi quelli di destra. Noi commentatori, sapete, riconosciamo al volo il fascino “letterario” della miniera; così come ci piacque raccontare delle proteste d’alta quota, su gru e torri, lavoratori autosospesi tra terra e cielo; e di quegli altri sardi al confino all’Asinara, così tenaci e così spiritosi da fare la parodia dei talkshow, e definirsi “l’Isola dei cassintegrati”. Poi però, se proviamo a fare un bilancio non mediatico ma sindacale, non virtuale ma sociale, il discorso cambia. E cambia parecchio. Chi prende le decisioni – quelli che una volta si chiamavano i padroni – bada ben poco all’opinione dei giornali. Grandi popolarità mediatiche (pensate alla lotta dei minatori inglesi, che divenne anche epopea cinematografica) si sono poi tradotte in pesanti sconfitte sul campo del lavoro. Spiegava Marx la differenza tra la struttura (i rapporti di produzione, l’ossatura della società) e la sovrastruttura. Noi dei media siamo la sovrastruttura. 
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