LA REPUBBLICA del 2 giugno 2011
Tra le varie stravaganze post-elettorali, fa spicco quella uscita di bocca a Formigoni che, papale papale, propone Berlusconi al Quirinale così da liberare il posto di leader del centrodestra a un altro, magari lui stesso. Che un cattolico candidi al Colle l´uomo del Bunga Bunga è già una stupefacente assurdità sul piano etico: ma questi sono conti che Formigoni farà con se stesso, ammesso che conservi l´abitudine di farli. Perfino peggiore è il giudizio politico che il governatore di Lombardia si attira, alla luce del fatto che per quella carica sono richiesti alto profilo istituzionale (quanto ne basta per presiedere anche il Consiglio superiore della magistratura), moderazione nei comportamenti e nelle esternazioni verbali, e una statura politica tale da potersi sollevare al di sopra delle fazioni. Nessuna di queste virtù è in dotazione all´uomo di Arcore, che per giunta è appena sortito da una rovinosa sconfitta politica imputabile proprio a quei difetti di faziosità, insofferenza alle regole, smodatezza di toni e di pensiero che lo rendono palesemente inabile al Colle. Come diavolo si fa, dunque, e proprio in questi giorni, a disegnare un percorso politico che vede Berlusconi al Quirinale? Per formulare un´assurdità del genere, si deve essere più ciechi o più arroganti? Sarà stato informato, il governatore Formigoni, dell´esito delle elezioni?
LA REPUBBLICA del 28 giugno 2011
«Siamo come i galli contro i romani», dicono i no-Tav. Duole ricordare loro che i romani stravinsero, e usando una potenza soverchiante al cui confronto le legioni di Maroni sono una delegazione amichevole. Giocava, in favore dei romani, un salto tecnologico (e politico, scientifico, amministrativo, culturale, burocratico) di qualche secolo. Chi vince soggiogando popoli e paesaggi non è mai simpatico, ma spesso incarna un´idea di mondo più funzionale e dinamica, che sta in piedi perché (e fino a che) favorisce molte più persone di quante ne danneggia. La lotta dei no-Tav ha molte buone ragioni, e a parte i fanatici che usano quel luogo e quella situazione come una palestra (una vale l´altra), un sacco di gente brava, ragionevole e informata è contro quel buco nella montagna. Ma a favore di quel buco c´è l´Europa, e per quanto arbitraria e discussa sia, l´istituzione transnazionale che chiamiamo Europa è la sola speranza che abbiamo di un futuro pensato su larga scala, e condiviso con altri popoli. Un futuro che ci salvi dalla dannazione delle Piccole Patrie, che sono la sentina di ogni grettezza reazionaria, di ogni chiusura di orizzonte. Non possiamo invocarla quando ci fa comodo, l´Europa, e maledirla quando mette il naso nel nostro cortile. O la malediciamo sempre, come fa con qualche coerenza Borghezio, o ne accettiamo lo scomodo ma autorevole patrocinio.
LA REPUBBLICA del 19 giugno 2011
Con tutto il rispetto per la Lega, che è un influente partito locale e una componente importante del governo nazionale, questa attesa spasmodica di Pontida, e di quello che dirà il Bossi sul fatidico pratone, è abbastanza buffa. Nessuna agenda politica seria può essere dettata da un comizio, per quanto solenne, e che un governo cada o non cada per qualche frase benevola o malevola, per qualche tono ringhioso o conciliante, è piuttosto surreale. Se i partiti ricominciassero a funzionare da ricettori sociali, e non da consorterie che confabulano tra loro, i destini di questo governo (e di qualunque altro governo) sarebbero segnati da tempo: dalla doppia catastrofe elettorale, dal dramma del lavoro salariato che annaspa, dai pessimi conti pubblici, da una riforma fiscale promessa dal premier cento anni fa, mai fatta e adesso abborracciata in tre minuti (a parole) per fare finta che tutto sia arrangiabile. Rispetto a tutto questo – cioè rispetto alla realtà sociale – francamente quello che dirà Bossi può essere al massimo un regolamento di conti tra colleghi, o un chiassoso titolone di giornale, poco di più. Se poi dovesse dire niente di sostanzioso, il lungo computo del tempo perso sarà aumentato di un paio di settimane, trascorse ad aspettare Pontida. Che tra l´altro non è neanche Parigi. Per dire.
LA REPUBBLICA del 3 giugno 2011
Il goffo, spregevole trucco del governo per evitare il referendum sul nucleare, a rivederlo adesso dopo la sentenza della Cassazione, sembra esattamente quello che è: un goffo, spregevole trucco. Fino a pochi giorni fa eravamo rassegnati a considerare sortite del genere, malgrado la loro oggettiva miseria politica, come il colpo di mano di un abilissimo baro, che falsa le carte ma riscuote l´applauso di un pubblico stregato dalla sua faccia tosta. Ora che l´applauso sta mutando, inesorabilmente, in fischi e pernacchie, non basta godersi il pur legittimo sollievo. Dobbiamo chiederci su quali debolezze, quali credulità, quali complicità il baro ha potuto costruire, per vent´anni, un consenso così vasto e appassionato. L´Italia non può essere cambiata in pochi mesi, sia pure i primi mesi fatidici del 2011, anno del centocinquantenario e della impetuosa riscoperta di un´identità civile. Vent´anni di incantesimo non si cancellano così in fretta. Vorrei ricordare che il Parlamento di questo Paese, pochi mesi fa, ha votato in maggioranza, e scandalosamente, in favore di un bugia conclamata: che Berlusconi abbia telefonato alla questura di Milano per evitare un incidente diplomatico con Mubarak e la sua nipotina. Veniamo da troppe menzogne, da troppe vergogne, da troppo servilismo, da troppe prepotenze per poterci illudere che tutto sia finito così facilmente.
LA REPUBBLICA del 4 giugno 2011
l riformista Piero Borghini (che fu brevemente sindaco di Milano alla testa di una delle maggioranze più pasticciate, deboli e politicamente equivoche della storia cittadina) si dice contento della vittoria (riformista, naturalmente) di Pisapia. Ma ne approfitta per sbeffeggiare Vendola, "poetastro di Bari", forse senza rendersi conto che Pisapia ha iniziato la sua corsa proprio come candidato del poetastro. Che anche grazie al poetastro, e al lavoro politico dei suoi, sono tornati al voto moltitudini di elettori di sinistra che da tempo vedevano le urne come il fumo negli occhi. E – soprattutto – che il poetastro non suole riservare ai "riformisti" lo stesso ostracismo, molto ideologico, che non di rado arriva a bollarlo di "estremismo". Sarebbe davvero il colmo che in questa fase, così aperta e nuova, così insofferente delle etichette di partito, fossero proprio i cosiddetti riformisti a mettere i puntini sulle i (altrui), riaccendendo un dibattito logoro, e travolto dal voto, sulla "linea politica" più giusta. Colpisce che molti "estremisti" (Pisapia viene da Rifondazione) appaiano molto più pragmatici, ragionevoli, aperti ad alleanze anche inedite, capaci di coinvolgere elettori anche lontani tra loro, rispetto a quel "riformismo" che discetta sulle vittorie "troppo di sinistra".
LA REPUBBLICA del 6 maggio 2011
E così i famosi Responsabili hanno riscosso quanto dovuto (anzi, solo la prima tranche. La seconda è in arrivo). Pur sapendo bene che la politica non è un luogo che zampilla etica e sprizza probità, lascia di stucco la soave naturalezza con la quale tutto è accaduto. I nuovi sottosegretari parlano della loro nomina come di un prezzo dovuto, come il professionista che mostra sereno la sua parcella. Chi di loro si lasciò sfuggire, solo pochi mesi fa, frasi sprezzanti contro il premier, e giuramenti solenni sul proprio disinteresse (molti giornali e siti ne fanno un´impressionante florilegio, segnalo tra tutti il blog il Nichilista di Fabio Chiusi), oggi allarga le braccia come per dire "è la politica, ragazzi", e si rimangia ogni promessa e contropromessa: tutto è azzerato dal legittimo contratto di assunzione a sottosegretario, stipendio a cura di noi tutti. Non c´è dietrologia, non trama oscura, non recondite manovre. Tutto è alla luce del sole, tutto affiorato, e galleggia sotto il sole di maggio e sotto i nostri occhi sempre più assuefatti. Cerchiamo di ricordarci quando (mesi fa? anni fa? decenni fa?) un simile mercato avrebbe fatto avvampare il dibattito pubblico, arroventato tutte le prime pagine, e suggerito ai suoi protagonisti di nascondersi, per le trattative, dietro una tenda o una colonna. Ma non ce lo ricordiamo più. Già: che anno era, quando potevamo ancora dire e scrivere "che vergogna" senza essere sicuri di sprecare il fiato?
LA REPUBBLICA del 21 aprile 2011
Merita molta simpatia un ragazzo di vent´anni (Mattia Calise, grillino) che vuole fare il sindaco di Milano, disinteressatamente, spendendo per la sua campagna elettorale quello che Letizia Moratti spende per una messa in piega, e dichiara ai giornali, insieme a qualche comprensibile fesseria, anche molte cose giuste. Ma la simpatia non basta quando il ragazzo Mattia ripete la solfa (vecchia come il cucco) «destra e sinistra sono la stessa cosa», e mette sullo stesso piano Moratti e Pisapia, che sono due persone profondamente diverse in rappresentanza di culture diverse, interessi diversi, mondi diversi. Per i grillini tutto – tranne loro stessi – è "vecchia politica", ma in questa macina indistinta e rozza tritano persone, esperienze, ideali, comunità che hanno qualche merito da spendere, e qualche esperienza da raccontare. Non voterei mai per un candidato minore (è il caso di Mattia) che rifiuta di dirmi con chi intende allearsi in un eventuale secondo turno di ballottaggio. Il voto non è solo una nobile testimonianza, è una monetina che serve, insieme a milioni di altre monetine, a formare un patrimonio. Si va in politica, si fa politica, per battersi e spesso anche per allearsi e compromettersi. «Destra e sinistra sono uguali» non è politica né antipolitica: è un lusso per presuntuosi. La politica è umile. E fa i conti con l´imperfezione.
LA REPUBBLICA del 4 maggio 2011
Per un miscredente come me, desta una certa impressione accorgersi che nei commenti a caldo sull´esecuzione del genocida Bin Laden la sola voce che senza esitazione ha ammonito a "non esultare" di fronte alla morte di un uomo è stata quella della Chiesa romana. Non sono tra quelli che hanno esultato. Per non farlo, non avevo necessità di altra autorità se non quella del mio giudizio e – non so dirlo altrimenti – del mio imbarazzo. Eppure nei commenti ufficiali, anche quelli dei politici per i quali voto, non ho trovato uguale immediatezza, e forza, nel ricordare che ogni morte, anche quella di Caino, suggerisce di chinare il capo e fare silenzio. Non credo affatto che per vivere umanamente e per provare compassione sia indispensabile essere credenti. Proprio per questo, mi fa specie constatare che la Chiesa abbia così facilmente (e meritatamente) esercitato una sorta di monopolio della pietà e della compostezza. Voci laiche di uguale autorevolezza si sono udite, ma erano sperse e individuali. Né l´umanitarismo socialista né la compostezza borghese possiedono più un pulpito e un´organizzazione culturale e politica tali da essere in grado, in circostanze così decisive, di orientare gli animi, e dare sostanza collettiva ai sentimenti individuali. La voce della Chiesa non è la mia, ma l´ho udita, nelle ore della fine di Osama, con rispetto e gratitudine.
LA REPUBBLICA del 28 aprile 2011
«Credo che 31 anni di carcere siano sufficienti anche per chi è condannato all´ergastolo», dice Sabina Rossa in merito alla libertà condizionata dell´assassino di suo padre Guido, sindacalista comunista ucciso dalle Brigate Rosse perché "spia berlingueriana", uno dei tanti italiani di sinistra caduti negli anni di piombo. Sabina si è adoperata con discrezione, con altri quattro parenti di altre vittime del terrorismo, perché l´uomo che ha ucciso suo padre non trovasse ostacoli alla fine della sua lunga detenzione. Alle tante facili ciance sul "perdono", categoria emotiva che calza alla perfezione alla banalità mediatica, ecco sostituirsi, finalmente, un giudizio civile, razionale e umano, sulle leggi della Repubblica, la giustezza del castigo, la sua durata legittima, l´inutilità dell´accanimento che la vox populi così spesso invoca quando urla sguaiatamente che "bisogna buttare via le chiavi". Di Sabina Rossa, come cittadino italiano, io sono orgoglioso. Lo sarebbe anche suo padre Guido. Spero lo sia, o lo diventi, anche l´uomo che, con altri, tanti anni fa, uccise Guido, e nella misura umana di quella figlia, se ha voglia di farlo, può trovare le tracce della misura umana di quel padre, che credeva nella Repubblica e nelle sue leggi. Tra le quali la pena di morte non c´è.
LA REPUBBLICA del 20 maggio 2011
Vincano o perdano i ballottaggi, un sospetto di diffusa mediocrità (detto in parole pompose: deficit di classe dirigente) comincia ad aleggiare attorno alla destra di governo. Il capo tace, come l´attore che sa di avere consumato il repertorio e scopre che anche il pubblico se ne è accorto. Il vice-capo, quel Bossi che gode fama di essere un politico sottile, dice una cosa al mattino e l´esatto contrario alla sera, con siparietti anche esilaranti, tipo l´invito a moderare i toni seguito dalla frase «Pisapia è un matto che vuole consegnare Milano agli zingari». (Come fa, del resto, a moderare i toni uno che ha costruito la sua fortuna minacciando il ricorso agli schioppi e mostrando il dito medio?). Il povero Alfano, con lo sguardo stralunato, appare in un tigì e attribuisce i rovesci parlamentari a un «normale rilassamento post-elettorale», come se per premere il pulsante a Montecitorio fossero necessari quindici giorni di rieducazione psico-motoria in clinica. Non ci si sperava più, ma forse il tempo è davvero galantuomo. Una politica fondata sulla paura (dei comunisti, degli zingari, degli arabi, dei gay, delle tasse, del futuro) può fare faville per un po´ di anni, ma ha un limite strutturale. È monocorde, ripetitiva, pesante da reggere perfino per chi se ne giova. Alla scuola della paura non si formano alunni brillanti.